[Deve essermi stata preclusa la costa bianca di una spiaggia al sole]

 

 

Avete visto?

 

Porte chiuse, sbarrate a crocifisso

ometti in fuga, oleosi

 

canali pressapoco

 

quasi televisori portavasi in afflizione

rompighiaccio a cercare

ognuno la propria pinza

 

un’amnesia nervosa collettiva o un elettroshock

 

avete visto?

 

Cavalli ansimanti da Lipizza in attesa di pensione

una corsa senza sosta

(mancano autogrill)

 

malattie e motori rotolanti

all’ultima edicola saldata sulla notte

 

il fasto di un naviglio impomatato

per le prossime festività

 

avete visto, insomma?

 

Leggo e passo oltre

guardo e passo oltre

ascolto e passo oltre.

 

Altrove.

 

E neanche musica da cucina

né una pentola pulita

ma un calendario di ricette si trova sempre

trecentosessantacinque giorni

e l’anno è colmo, annegato in paprica e wok

privi di grassi.

 

[Così amo per non soffrire

e soffro perché ho amato non.]

 

Riviste di moda da adoperare quando sbuccio patate

(taglia trentotto come una febbre malsana)

 

copia-incolla solitari

fotocopie in cespugli di neve

 

[parlare-parlare-parlare

intanto

sull’alcunché da dire.]

 

Noiosa ventura di scarpe

sul pasticciato freddo dei governi a venire.

 

Kafka bofonchia sul carapace preso a prestito

Van Gogh naturalmente accende un Danubio stellato

anche Kristof si difende con i diari, come me.

Datati vecchi, antichi, su scaffali liceali.

 

Un camice bianco svanisce

tarato su macchie di acido solfidrico

 

alla tovaglia il mare a morsi

per smettere di pensare.

 

Resta la Sinfonietta di Janacek

girovaga

nell’ultimo romanzo letto

 

e questo elenco bestiale

inventario in poche mosse brevi

per una come me

che non sa nemmeno giocare a scacchi.

 

Mi consolo con feisbuc, avete visto?

 

Adesso a voi il servizio, magari un set point,

se ci riuscite. 

 

 

Iole 19 gennaio 2012

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Sedicigennaioduemiladodici

 

 Potevi aspettare. Oggi saresti stata felice, un gran giorno per te.

Ti saresti commossa e poi avresti riso, perla tra schiume di mare.

 

Avresti ricordato i giorni spesi a ritagliare articoli, scrivere, tentare una telefonata, correre a un treno, salire con le scarpe strette, un’idea di foulard al collo, le mani sempre cariche di fogli, magari una borsa colorata, mille interrogativi a fare da contrappeso.

 

Avresti dovuto aspettare, anche per questo:

una fonte di gioia, forse un incontro, quattro passi in una piazza, un caffè breve, una seduta tra i piccioni di S.Marco, chissà, o un’aranciata.

 

Potevi aspettare, per stringere le dita all’aria di una contentezza nuova, presagio di epoche future, oppure soltanto di un presente, in controluce, da attendere scuotendo  colori dalla stanza.

 

Potevi serrare le labbra, magari esagerare un sogno, o un desiderio, descrivere questa giornata sopra la pennellata di un dipinto, lavare i piatti in preda a un’allegria, vivere un giorno estivo, come se fosse mare, sempre, alla tua porta.

 

Dovevi aspettare, aspettarci, tutti quanti.

Sentire il brivido della tempesta che atteggia il volto a benevolenza, carità.

Quella per te, che ti è mancata.

Quella che ci hai strappato dagli occhi, con un gesto a mezza via, nel punto esatto dove scivola fuori anche la luna, o il sole a picco sopra una mezzacosta senza marinai.

 

Potevi trattenere il fiato, maledirti, spergiurarti, ma non abbandonare, non immaginare, non tagliare il passo alla concessione di uno squarcio azzurro.

 

Adesso mi hai lasciata qui, a dire, fare le tue mosse che non so, sorridere a ciò che mi tramuta ancora in un dolore.

Io non so fare, non so dire, mi piego in pezzi fragili, mi schianto

per non avere la gioia tua che credevo di comunicare, combaciare, sapere tutta intera.

 

Forse lo sai che oggi avresti potuto essere felice, un po’, snaturare l’ossessione di mutare in salice al mattino, forse lo sai e te la ridi, nel posto dove stai.

 

Iole 16 gennaio 2012

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La scrittura interiore

 

E io sto qua, resto,

a buttarmi cenere addosso

come un disordine senza pace

 

sto qui, reclinata,

commossa

da non saper dire, muovere le dita

efficacemente

sembrando avvezza al dolore.

 

Sto qui, resto sveglia

intercalo parole a spezzoni

ricordi leggeri, di niente.

 

Tu, lontano, non troppo

hai urgenza

di qualcosa che sfugge

ai miei controlli remoti.

 

Sei lontano, una fonte che sgorga

quando è notte e nessuno cammina

quando anche quei fiori contorti dal vento

reclamano il silenzio sommesso

che è loro diritto.

 

Tu sei là

con la mano potrei

arrivare al tuo sogno, farne carta che brucia

o magari una musica fonda.

 

Io potrei

ma ci dividono cose senza nome

che non riconosco

giorni e giorni di avanzi

ingombranti gli ingressi

tue paure distanti

che accavallano pagine

su spianate di onde.

 

Capoversi sconnessi

recitati con le teste rivolte

 

la tua stella è una fredda polare

che non trovo alle mappe.

 

Se soltanto sapessi

la scrittura interiore che canti

quando l’alba s’inarca.

 

Iole 16 gennaio 2012

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Non è l’amoremiele

Non è l’amoremiele quello che trabocca.

 

E’ un gesto insano dalle labbra

che cede il passo al contraltare della pelle

 

e tutto sembra mare in piena, lo schiaffo d’acqua generosa

che reclama la sua terra.

 

Non è quel semicerchio di penombra

la finestrella accesa

 

è l’ultimo residuo della stella madre

fedele alla sua guerra

che mi respira baci sazi, il latte della schiena

sotto le sue code tornate dagli abissi

 

(e oltre il ventre, intanto, mi valicano ponti e l’occhio di pianeti fuori rotta.)

 

Perduta tra le spighe

trattengo questo fiato denso di anni in sospensione

soffermo il dito umido sull’incavo che dolce scuote

ogni mai nato intorno

 

mi afferro al mio cotone martoriato

 

sull’ansia dei capelli sparsi

sono le gambe a schiudere la spremitura dell’inverno sceso

a disorientare la carta straccia del tramonto.

 

Così bianche.

 

E musica si allenta ai bordi

e i seni muovono perimetri di accenti e di ballate

come un’aurora sopra la frutta di un mercato

che rotola la sua divinazione.

 

Non è l’amoremiele travestito da canto novizio di sirena

 

è questo sperdersi, che non si vuole ritrovare

e avanza al corpo, si ostina, traduce tenerezze in archi

blu spezzati sopra fiumi

 

conduce, inesorabile.

 

 

Iole 18 dicembre 2011

 

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Tu manchi a me

 

 

Tu manchi a me

in un interno notte

tra l’andirivieni di lampade su carte consuete

e un malessere che resta fuori, impigliato.

Tu manchi a me a tal punto

che risollevo la penna

sottile carato che fa la differenza

e permette il respiro.

 

Tu manchi all’alba

sulla distrazione di cose che ruotano

la mia stanza inclinata dall’amaro dei sogni

manchi alla mia colazione

seduta di fronte a un vetro insofferente

scoglio che agita il ventre

rassegnato ai suoi flutti.

 

Poi manchi al pomeriggio

su arterie luminose che scalciano

un desiderio di luna

e monti lontani.

 

Infine manchi alla mezzanotte copiosa

a un silenzio opera prima

di ogni sera che avanza

 

manchi al sortilegio di Margherita

alle ore benedette

vendemmiate scure sotto un albero d’inverno.

 

Tu manchi a me perché sei roccia piccola

sospesa

che sa parlare al dito puntato di una nuvola

perché sei attenzione muta

di una bellezza che, sola, ti appartiene.

 

A me, quaggiù, arriva appena

la tenerezza di una briciola

precipitata per caso

nella valle che mi tiene

ferma

ancorata

indecifrabile.

 

Mancante.

 

Iole 11 gennaio 2012

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Adagietto

 

 

 

Ci sarebbero cose da fare, parole da dire, pensieri da viaggiare.

 

Ci sarebbero un sasso, tondo e bianco, laggiù, tra il mare e la luna

e un viale stretto di penombra

o una foglia larga, rossa rossa, sulla quale apparecchiare.

 

Ci sarebbe un ramo storto

quella nota ferma in radura

otto asciugamani da bagnare

un naso che si infila spavaldo nella fessura chiusa al sole.

 

Ci sarebbe un’onda piccola da svernare in valigia

un paio di scarponi chiodati che non ho mai indossato

il travaglio d’inverno

la fregatura di una saponetta azzurra che ricorda proprio quel cielo, quello lì.

 

Ci sarebbe un pasto avanzato

il rincorrersi pazzo di un’altalena col vento

un po’ di salsedine ammucchiata

 

ci sarebbe la musica, Mahler che avanza in pianura

una gelata e la nebbia che sogna

uno scoppiettare di affanni che muta gli spiragli del fuoco

 

ci sarebbero le mie lacrime (e le tue?)

ci sarebbe da sorriderti su una trina antica o una pagina inchiodata sul “C’era una volta”.

Ci sarebbe da perfezionare l’inglese, avvolgere l’argenteria rimasta

guardare ancora quel film, soggetto e sceneggiatura

 

impietrire d’orrore ma stenderle, le mani.

 

Ci sarebbe da pattinare sul ghiaccio, assomigliare a quella frase non detta

ci sarebbe il dormire in estate con le teste appoggiate

ci sarebbe il destino

che bussa ancora alla porta

 

ci sarebbero le mie parole bambine/confuse

l’abbraccio che dura un minuto

l’orologio che si ribella

 

una notte lunghissima.

 

Ci sarebbe la malinconia

di tutte le cose dolci

che non ho vissuto con te

 

un fiore verde di tenerezza

senza nome

da posarti sul balcone

 

la sera che tornerò.

 

 

Iole 23 dicembre 2011

 

 

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Tra le donne belle

 

 

Tra le donne belle io sono – ricordi? – la nuvola assente

l’improbabile maga alla porta

 

(la pulizia prima di tutto)

 

resa schiava di uno scialle

viola alle scapole

 

e poi uscire, al vento.

 

Tra la frutta lasciata andare

come fosse polline urgente

 

ai vetri l’insopprimibile indolenza,

intanto, si dona

 

io sono la nata a mezzogiorno

l’intera cascina ridotta a foglie

sul ticchettio che le gocce aggirano

di ora in ora.

 

Perché dopo è pioggia

e l’acqua intende, ragiona

si moltiplica sulla paura

come un’ansia incorreggibile

fredda, scalone di pietra a marzo

quando ancora niente è primavera.

 

Tra le donne belle

io sono una grinza

o un negligé low cost.

 

Tutto si può triturare

la plastica ricicla il suo vanto

gli occhi chiudono la notte

sotto un bar tramontato

dentro una pinacoteca impossibile.

 

Tra le donne belle

solo un suono a dividerle.

 

Che non sia urlo greco, per favore

che non sia spegnimento di luci

a metà tra il mare

e una costa sottile

stesa al mattino, per gioco

 

sull’orizzonte azzurro del sogno che muove

e muore, in tre mosse.

 

Iole 22 dicembre 2011

 

 

 

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Eccomi

 

 

Eccomi.

 

Sverno a questo ramo, seduta sulla coppa della notte.

Se fossi una civetta mi guarderei le spalle, invece sono latte che trabocca.

 

Ogni tentativo di rifugio ha pieghe aguzze, coperte le mie navi

di bambini.

 

Eccomi.

 

Pagata e molle, tenuta a freno dalla corda del mio stesso gelo.

Pagata e impagabile, i sogni sono piccoli pezzetti

precipitati a testa in giù

e mi ritorna il maelstrom al crepuscolo.

 

Ritorna quella spada, l’argento è vibrazione

le dita la radice ultima, nascosta.

 

Eccomi. Grazie.

A tutto tondo sfioro il corpo che non smette

si crede onnipotente, come un cavallo che schioda i suoi recinti

con i denti.

 

Grazie, ma io non sono qui.

Il verde che tenevo tra le mani recita l’ombra blu

di un’alba militare

e il mio grano ha soffocato le sue spighe

per una perdizione.

 

Eccomi, scompaio.

Che dire, allora, di chi parla sempre.

Sulla sua strada quieta di sassi non prolunga il mare

nemmeno una spira bianca

quando anche l’acqua si fa memoria trasparente

di tutto ciò che non è stato.

 

Vorrei quel viale lungo, oggi,

il sale che si incrosta lento e chiude le finestre.

 

Mercanteggiare per un bacio più francese

e poi sparire nel corridoio dei dipinti

 

osare il mio sorriso illuminato

sentirmi foglia e gemma

dolore e schiaffo d’onda prestigiosa

 

vita senza fessure da filtrare

vita di ogni stagione

 

smisurata.

 

Iole 19 dicembre 2011

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Di tutto

 

 

 

 Di tutto, a me interessa quel piccolo rovo appuntito

scartato da un gennaio frettoloso

 

l’immensa voce tenue del ristoro

quando è pioggia

 

un tetto che canta

o un profumo di brioche svagata

che mi addenta

prima di svoltare.

 

Di ogni cosa grave e maestosa

la nullità di un cerchio d’acqua

che fa vela al vento

e lo incoraggia a tornare.

 

Dolci e imprevedibili zavorre

per i miei voli inattesi

 

che mi attendono alle finestre azzurre

e segnano col dito la nebbia

dell’alba muta al primo gradino

 

quando ancora siamo nuvole

e attendiamo la direzione

che darà un colore

al nostro viaggio.

 

Di tutto, timidamente, ora, vorrei sorriderti.

 

 

Iole 12 dicembre 2011

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Acquamarina (per sempre)

 

 

 

Allora lasciatemi qui, sulla soglia del mare.

Lasciatemi, che tanto ho le spalle a muso di nave

stelle fisse negli occhi

una corda che gira intorno ai fianchi

mal di luna e il mio freddo perenne

a guarnire le ossa.

 

Abbandonatemi

non ho paura di una catena di sale

e gli sviluppi notturni non sono parole

l’amore arranca o ha una falla

esce una scoria di sole

brucia la carne, mi rivolta

e io spurgo, come un mollusco invecchiato.

 

Trovate il fondo, quello nascosto tra le mia dita e la voce

fatene ciò che volete

non mi spavento

io non nascondo il dolore

sirene urlano intere sopra boccagli di schiuma

hanno serpenti e capelli macchiati

come un’ingiuria o un veleno.

 

Tracciatemi, sono una nautica

carta strappata, il blu d’inchiostro conosce l’acqua perduta

il soliloquio che voi, non potete capire.

 

Sono la dea della notte, io ballo sola

dentro un tramonto di rocce, io ballo

annego e taglio le onde con le mie nere manine

 

io taglio, sgomento l’angolo zitto sotto la spuma che chioccia

io ballo sola, l’ho detto, naufraga muto la punta

della mia coda d’oriente

il bagaglio, la pietra, la mia zavorra incrostata

dove sorridono guizzi d’argento

 

e una canzone, la sola che mi è possibile

urtare su questa lastra di verde.

 

Neniaparola – Acquamarina, per sempre.

 

Iole 23 novembre 2011

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